domenica, 27 maggio 2007
Incredibile Adriano Sofri. Dopo più di trent'anni, scrive un lunghissimo articolo su Il Foglio, Lettera a un giovane apprendista assassino, affrontando il tema del libro di Mario Calabresi (Spingendo la notte più in là), dei figli delle vittime del terrorismo, delle figlie di Pinelli e - udite udite! - di «quella volta che lo Stato mi propose di uccidere in combutta con lui».

Siamo svegli o siamo dentro un sogno che somiglia molto a un incubo senza fine? E' mai possibile che uno scriva, papale papale: «Quello Stato era fazioso e pr0onto a umiliare e violentare. Lo so. Una volta uno dei suoi più alti esponenti venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati».

Chiarisce oggi il Corriere della Sera che il riferimento, chiaro, è a Federico Umberto D'Amato, morto nel 1996, e responsabile allora dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno. Al di là del fatto che i commentatori si dividano tra chi (Cossiga) considera l'uscita di Sofri una boutade e chi (Deaglio, ex di Lc) ritenga invece la rivelazione assolutamente attendibile, la cosa sconcertante è che un fatto gravissimo venga citato a casaccio, in un articolo, e soprattutto senza spiegazioni di sorta, senza fare chiaramente nomi e cognomi (chi avrebbe ordinato l'omicidio e chi doveva essere lo sfortunato assassinando?).

Ecco un esempio chiaro e lampante di come sia impossibile chiudere quella maledetta stagione degli anni Settanta (che qualche ubriaco si ostina a definire "anni formidabili"), quando chi sa (nomi, fatti, circostanze) va avanti da anni ad alludere senza dire una sola parola chiara su centinaia di vicende tuttora oscure, omicidi compresi. Conveniva a Sofri di stare zitto e continuare a tacere su questa come su un milione di altre porcherie sulle quali indubbiamente fa l'omertoso da sempre.

Cita il libro di Calabresi, Sofri, un libro in cui il figlio del commissario assassinato nel '72 dice chiaro e tondo: non si può tollerare che siano rimessi in libertà terroristi (nonché assassini) che tacciono sui nomi dei loro complici. Concetto fondamentale sul quale l'astuto Sofri glissa, salvo poi cercare di portar acqua al suo mulino insinuando ancora che Pinelli fu buttato giù della finestra, se non da Calabresi stesso (che stava in un'altra stanza), quantomeno dai suoi collaboratori (mentre il giudice D'Ambrosio assolse il commissario - ormai morto - e gli altri che interrogavano Pinelli, convinto che, per quanto possa sembrare paradossale, l'anarchico, digiuno da 3 giorni, potesse davvero essere caduto da solo, perdendo l'appoggio dal parapetto del davanzale).

«Non hanno più detto una parola», scrive Sofri. Quindi, se vale il sillogismo: Pinelli fu scaraventato dalla finestra e Calabresi non poteva non sapere, si può dire anche che Sofri non poteva non sapere chi uccise Calabresi (e che questo sia stato un assassinio e non una disgrazia è cosa certa, diversamente dall'affaire-Pinelli), quindi è lecito chiedere all'ex leader di Lc di fare finalmente dei nomi. Di dire chi gli ordinò di uccidere chi e di dire chi fece fuori il commissario. Altrimenti taccia (e smetta di scrivere) per sempre.
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martedì, 22 maggio 2007

Ho un'idea per mister Ancelotti. E lo dico da spettatrice-distratta-e-rosicante della finalissima di Atene. C'è poco da girarci intorno. Questa è un'occasione che il destino cinico e baro concede una volta sola nella vita e che il Milan lo sa bene. C'è una cosa che, a mio giudizio, può essere utile ad Ancelotti per spargere un po' di sale sulle ferite di chi quella notte del 2005 a Istanbul c'era (i vari Gattuso, Maldini, Nesta, Kakà, Inzaghi). Vedere una volta, una volta sola, un video tipo questo.



 

 

 

 

 

 

Fotogrammi da travaso di bile. Scommettiamo che uno come Gattuso non si lascia sfuggire un'occasione come questa?

P.S. Certo che lo stesso destino cinico e baro non perde occasione per rovinare la festa all'Inter... una volta che vincono uno scudetto sono costretti a vedersi i cugini rossoneri di nuovo in finale di Champions. Vorrà dire che (eventualmente) Stankovic, Materazzi e compagni si faranno un altro tuffetto all'Acquafan per sbollentarsi un po'.

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lunedì, 21 maggio 2007

Premesso che la questione non è nuova. Premesso che Mediaset non è la Rai e quindi delle proprie reti può farne ciò che vuole. Premesso (e non concesso) che se esiste "Un due tre stalla" in tv c'è proprio spazio per tutti. Premesso tutto ciò vi chiedo: c'eravate anche voi stanotte, attoniti, davanti allo schermo, su Rete 4, a guardare la finalissima di Miss Padania? Se la risposta è sì... non serve aggiungere altro. Se è no... vi siete persi uno degli spettacoli più agghiaccianti della stagione. Vi dico solo: Emilio Fede presidente di giuria, tra le prove di abilità le concorrenti dovevano spingere un carrello sculettando in favore di telecamera e, dulcis in fundo, a contendersi il titolo di Miss Camicia Verde 2007 c'erano solo belle femmine residenti da almeno dieci anni in Padania.

Comincio dal fondo. Ma la Padania, di grazia, cos'è? Chi ha definito i confini tanto da farne un concorso di bellezza? (Che poi ultimamente devono essersi un po' montati la testa visto che sul sito ufficiale viene specificato che le aspiranti miss devono venire da Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Trentino, Friuli, Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Toscana). Ma i toscani lo sanno che sono pura razza padana anche loro? O forse gli svitati siamo noi se il vicesindaco di Lampedusa (L-a-m-p-e-d-u-s-a provincia di Agrigento, propio quella lì) è della Lega Nord.

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martedì, 15 maggio 2007

Siamo proprio sicuri che lo sport unisca i Paesi? Che avvicini la gente di cultura differente?

Senza-titolo-3Ne dubito fortemente. Nella "civilizzatissima" provincia Bergamo accade infatti che un giovane, premiato per aver vinto una gara scolastica d'atletica, venga spudoratamente fischiato dai suoi coetanei "semplicemente" perché marocchino!

Ed è stato di sicuro più fortunato del suo amico che, agli autoscontri del paese, è stato aggredito a colpi di bottiglia di vetro frantumata ricavandone "in cambio" punti di sutura alla testa e al collo.

Voglio dire non che i bergamaschi siano conosciuti per essere i più tolleranti, ma prendersela addiritttura con un ragazzino di dodici anni che da sette vive in italia e parla l'italiano forse meglio dei suoi concittadini, peraltro nel contesto di un evento sportivo che - a questo punto - di sportivo non ha più nulla, è semplicemente inconcepibile e ingiustificabile.

Il Preside della scuola di Casazza, ovviamente, cerca di giustificare l'accaduto come un semplice fatto di rivalità sportiva, ma anche in questo caso il fatto rimarrebbe sempre un episodio spiacevolissimo.

Ora mi verrebbe da chiedere: ma se già dallo sport si impara a coltivare l'odio per l'altro, come si pretende che nella vita di tutti i giorni ci si comporti diversamente?

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sabato, 05 maggio 2007

Della serie, "Come beatificare un'inutile barbarie". Artisti, filosofi e attori sono scesi in campo per salvalre la corrida. Un gruppo di intellettuali di lingua spagnola, capeggiati dallo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, hanno addirittura scritto una petizione indirizzata all'Unesco per dichiarare la corrida patrimonio mondiale dell'umanitaà Patrimonio dell'umanità???

I promotori dell'iniziativa hanno intenzione forse di gettare alle ortiche anni e anni di aspre battaglie degli animalisti?

Per fortuna che leggo su Repubblica che per Luis Sepulveda, "la corrida è uno spettacolo ''ingiustificabile'' dove il toro ''subisce nell'arena una tortura peggiore rispetto a quella del mattatoio''. Meno male: mi sento meno sola!

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categoria:corrida
giovedì, 03 maggio 2007

Finalmente non uno ma due fatti di cronaca in cui si possano accusare gli stranieri! Doina Mattei è la ragazza 21enne romena che ha ucciso in maniera brutale la sua coetanea italiana Vanessa Russo, con un colpo di ombrello nell’occhio. Gli italiani xenofobi, un caso così lo attendevano da mesi. Ora ce ne sono addirittura due: c'è stata infatti una svolta nelle indagini sul duplice delitto di Mendicino, nel cosentino, dove una anziana coppia è stata uccisa a colpi d'ascia in casa. Nella notte è stato fermato un rumeno di 34 anni, legato alla badante dei coniugi. Da tempo la parte razzista del nostro Paese cercava di prendersela con qualche extracomunitario. Certo, meglio se arabo, come nel caso di Erba in cui Azouz Marzouk era stato ingiustamente accusato dagli inquirenti e dai media di avere sterminato la propria famiglia. E invece, accidenti, erano stati due italiani, italianissimi, anzi addirittura due cittadini del Nord Italia, Olindo Romano e Angela Rosa Bazzi.

Ora che è stato commesso l’omicidio volontario di un’italiana da parte di una cittadina romena e che due anziani sono stati presi a colpi d'ascia da un altro rumeno, i sentimenti di mvanno dalla vendetta in stile occhio per occhio, all’attacco indiscriminato a tutti gli immigrati. Certo, è un peccato che la Romania sia entrata in Europa a gennaio, se questo assassinio brutale si fosse verificato entro il 31 dicembre gli italiani xenofobi sarebbero stati più contenti. Su blog e forum è scattata l’offensiva agli stranieri: “Che tornino tutti a casa!”, oppure: “Chiudiamo le frontiere”, o ancora: “Ci vuole la pena di morte”. Nulla importa se ogni giorno nel mondo avvengano omicidi provocati da connazionali e se migliaia di persone che vengono da altri paesi non abbiano mai fatto male a una mosca. Ora è il momento del "tutti contro gli stranieri".

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categoria:omicidio, vanessa, rumena, vanessa russo, doina mattei
mercoledì, 02 maggio 2007

E adesso ci chiedono già di perdonare. Di perdonare le due giovani rumene, e in particolare Doina, l'autrice 21enne del colpo mortale sferrato con l'ombrello verso Vanessa Russo, la ragazza uccisa in metropolitana a Roma in una tranquilla giornata qualunque. La macchina della giustizia ha appena iniziato a muovere i primissimi passi, ma abbiamo già iniziato a sentire le prime spiegazioni dell'autrice del terribile gesto ("Non volevo ucciderla, l'ho fatto solo per difendermi"), e già oggi ai funerali di Vanessa ci è toccato ascoltare quelle parole che chiedono misericordia. Parole che stridono con il dolore - ancora troppo grande, ancora troppo fresco - che devono sopportare i familiari di Vanessa, e la comunità del quartiere in cui Vanessa abitava. Parole troppo premature, che fanno gridare, quasi per reazione: "No, mai. Ergastolo". 

Erano in molti stamattina, nella chiesa gremita per le esequie di Vanessa Russo, a rispondere in questo modo all'appello al perdono lanciato da don Cristian, l'ex viceparroco di Fidene, attualmente in Sicilia, grande amico della famiglia. "Vi chiedo di perdonare chi si è macchiato di un crimine così assurdo - ha scritto il sacerdote in un telegramma letto durante la funzione -. Non c'è più spazio per le parole è tempo di agire ma non con la violenza, con l'amore. L'amore, silenzioso, è fecondo, il rancore, rumoroso, uccide.
Perdonando dareste una lezione a tutta Italia". Parole che non hanno sucitato le reazioni sperate. Ma era prevedibile che andasse così. Del resto - continuo a chiedermi - chi di noi sarebbe pronto a perdonare?

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